1936-46: la prima decade, dalla nascita al dopoguerra
Sommario
La nascita e le prime consapevolezze (1936-1939) – Ore otto, nato bambino: le radici a Roma – L’arte della fuga: spine e marciapiedi – Monache e muri: curiosità e talento precoce
L’impatto della guerra e l’allontanamento (1939-1942) – Il papà in divisa e il viaggio angoscioso a Lanciano – Autobus, pecore e malinconia: il primo trauma
La vita sotto il regime e le figure centrali – Fascismo in famiglia: il nonno, l’avvocato e i valori – Calze, ebrei e divise da lupetto
La retorica bellica e il battesimo del fuoco (1942-1943) – Il sussidiario e l’eroe che affonda con la nave – La crisi di pianto con “Giarabub”: storia e finzione del cinema – Napoli, sirene e vomito nel rifugio – 8 settembre: la smobilitazione e il boato della mina tedesca
Lungo la Linea Gustav: fede, paura e vita (1943-1946) – La torre, il rifugio e la notte delle fiamme – Il crollo della grotta “sicura”: crisi spirituale del padre – Tra cannonate e rosario: partenza o arrivo? – A nove metri dalla porta: la bomba inesplosa
La liberazione e le prime passioni – L’umanità del ragazzo tedesco e la messa dello zio arciprete – Alleati, fox trot e il sogno d’oltreoceano – La radura di Gammaus: il luogo della luce e la memoria dell’anestesia – Botti e calze: dal residuato bellico alla matita – La fabbrica e il torchio: dal modello chiuso al modello-rete
La nascita e le prime consapevolezze (1936-1939)
Ore otto, nato bambino: le radici a Roma
Nell’agenda da avvocato di mio padre, il 2 febbraio 1936 c’era una pagina vuota. In alto papà aveva scritto: “Ore otto, nato bambino”.
Eravamo a Roma, in via Valadier, vicino al Palazzo di Giustizia. Il bambino ero io.
L'arte della fuga: spine e marciapiedi
Ho due anni. Devo attraversare la strada. Qualcuno mi mette in guardia, perché mi dice che scendere dal marciapiede è pericoloso.
Ho tre anni. Mio zio, mentre sto mangiando un pesce, mi dice che devo stare attento alle spine, perché se mi si ficca una spina in gola soffocherò. Non ho più mangiato pesce fino a 18 anni. Si è formata così, da questi piccoli eventi, la mia strategia di evitamento (link Atlante): di fronte alle difficoltà, tendo a scappare, salvo poi costruirmi una raffinata teoria per dimostrare a me stesso che la fuga era la soluzione migliore. Molto prima di me, Esopo aveva rappresentato questo atteggiamento con la favola della volpe e l’uva.
Monache e muri: curiosità e talento precoce
In questi primissimi anni sono accaduti due fatti che ricordo bene e che avrebbero segnato il corso della mia vita.
Uno è stato l’asilo dalle monache. Queste signore mi sembravano molto austere e per niente capaci di giocare. Dopo mangiato, ci obbligavano a dormire, e io non ne avevo mai voglia. Mi ricordo che dovevamo stare seduti a braccia conserte con la testa sulle braccia e gli occhi chiusi. Io la trovavo una cosa noiosissima e facevo finta di dormire, ma aprivo continuamente gli occhi per guardarmi intorno. Da tutto ciò mi è rimasta una certa antipatia per le monache e i preti in genere, oltre ad una notevole curiosità.
Un altro giorno i miei genitori fanno rinfrescare le pareti del salottino. Io vedo la parete liscia e perfettamente preparata, e mi produco in un grande disegno: una successione di cerchi con un pupazzetto molto stilizzato dentro ogni cerchio, e linee che congiungono un cerchio con l’altro. I genitori tornano a casa e con aria sgomenta vedono il disegno, ma con molta pazienza e amore, invece di rimproverarmi, mi chiedono che cosa rappresenta. Io con aria trionfante dico che si tratta di un treno dove ogni vagone è dedicato ad un membro della famiglia. I genitori approvano, ma mi spiegano che quelle cose si possono fare su un bel foglio di carta, invece che sul muro. Ripensando ora a quell’episodio, credo che sia stata molto importante la reazione dei genitori, perché avevo fatto una cosa di cui essere orgoglioso, e avevo mostrato un talento precoce che avrei sviluppato per tutta la vita. Quanti talenti di bambini e giovani sono ignorati o sottovalutati da genitori e parenti troppo conformisti, che così fanno crescere persone timide e spente invece che piene di entusiasmo e di voglia di fare!
L'Impatto della guerra e l'allontanamento (1939-1942)
Il papà in divisa e il viaggio angoscioso a Lanciano
Nel 1940 l’Italia entra in guerra. Mussolini pensa di cavarsela con una guerra lampo e sedersi al tavolo dei vincitori insieme col forte tedesco. Invece è la seconda guerra mondiale, che durerà sette lunghi anni.
L’anno prima io ho tre anni. Sono seduto per terra, nella camera da letto dei miei genitori. Papà, grande, davanti allo specchio, si prova la divisa da ufficiale. Io lo guardo affascinato nel suo inedito abbigliamento. Era cominciato il richiamo degli ufficiali riservisti, quindi si preparava a partire per la guerra.
Autobus, pecore e malinconia: il primo trauma
Mia madre resta sola nella casa di Roma con mio fratello Cicci nato da poco che la assorbe completamente. Non se la sente di accudire due bambini, quindi mi manda dai nonni a Lanciano, mentre papà si avvia verso il fronte a Postumia nell’attuale Croazia.
E’ il mio primo viaggio, lungo, angoscioso, notturno, in auto. All’epoca per andare da Roma a Lanciano si faceva la Salaria, piena di curve, fino ad Antrodoco, poi si prendeva la strada del Gran Sasso fino all’Aquila, quindi si andava a Popoli, a Pescara e infine a Lanciano.
Ad un certo punto un **autobus **salta addosso ad un gregge di pecore, uccidendone qualcuna. Ricorderò per sempre, nei bagliori della notte, l’autobus blu sulle pecore, come un evento drammatico e malinconico che ben si adattava al dramma e alla malinconia del bambino di tre anni che veniva allontanato dalla sua casa, dai suoi genitori, per andare in un’altra casa, dai nonni che pur lo amavano, ma che erano persone diverse, lontane, poco conosciute.
Resterò con i nonni per tutta l’adolescenza, e tornerò con i genitori solo a 16 anni.
La vita sotto il regime e le figure centrali
Fascismo in famiglia: il nonno, l'avvocato e i valori
Nei primi anni della mia vita c’era il fascismo. Mio padre, giovane studente affascinato dal giovanilismo un po’ futurista, un po’ dannunziano, un po’ massone dell’ideologia fascista dell’epoca, aveva partecipato alla marcia su Roma nel 1922. In realtà gli atteggiamenti virili erano piuttosto una maschera che ogni tanto indossava per conformarsi agli altri, ma che non gli era molto propria, essendo una persona buona, non aggressiva, con un grande senso dell’umorismo e un talento per la musica che ne facevano la stella dei salotti, dove intratteneva specialmente le signore con aneddoti divertenti e fox trot suonati al pianoforte con un vivace senso del ritmo.
Calze, ebrei e divise da lupetto
Mio nonno Umberto (da cui il mio nome) aveva messo su una fabbrica di calze, che all’epoca aveva circa 400 dipendenti. Noi abitavamo in una grande casa ricavata sopra i magazzini e gli uffici della fabbrica, e abbiamo vissuto sempre “dentro” l’azienda di famiglia. In questa condizione benestante mio nonno aveva visto con simpatia l’ascesa del Duce, che gli garantiva operai inquadrati e ben disciplinati, funzionali al buon andamento dell’azienda. Il nonno era il vero capo della famiglia, molto autoritario e burbero, temuto da tutti. Anche lui però era di animo buono, ed aveva molta cura dei suoi dipendenti. Gli impiegati erano veri amici di famiglia, le operaie avevano stanze per accudire gli infanti, e anche noi bambini eravamo educati a voler bene a tutti i dipendenti ed a trattarli con grande rispetto, considerandoli a tutti gli effetti come la grande comunità che dava vita all’azienda.
I miei nonni erano molto religiosi, e cercavano per quanto possibile di applicare le virtù cristiane in famiglia e in azienda. La vendita delle calze era gestita da tre rappresentanti. Mio zio Filippo seguiva la zona di Napoli, il signor D’Abramo la zona di Bari, il signor Terracina la zona di Roma. Il prodotto di punta dell’azienda era una calza da donna di cotone ritorto, molto robusta, che si vendeva molto bene nei mercati del centro-sud, a tutte le donne – ed erano la maggioranza – che non potevano permettersi calze di seta.
Quando arrivavano i rappresentanti si faceva festa, si apriva la sala da pranzo buona e anche noi bambini ci dovevamo mettere in cerimonie. Il signor Terracina era ebreo, e i nonni ne parlavano con grande ammirazione, perché era persona squisita e piacevole. Io ero troppo piccolo per ricordarmelo, ma penso che furono molto contrariati dalle leggi antiebraiche con cui Mussolini cercava di adeguarsi ad Hitler.
Per quanto fossi un bambinetto, ho i miei ricordi diretti del fascismo. Avevo la mia uniforme da lupetto, con il cappello nero, la camicina nera, i pantaloncini grigio-verde, due fasce bianche incrociate sul petto con al centro il fermaglio di ottone, una grande M iniziale di Mussolini. Naturalmente ero molto orgoglioso di poter indossare una divisa come i grandi, dai miei cugini balilla e avanguardisti ai gerarchi e funzionari vari, per non parlare dei militari e di mio padre che ogni tanto tornava in licenza con la sua divisa da capitano di artiglieria. Fatta la prima comunione potevo indossare il vestito bianco da ometto e portare la bandiera nella processione del Corpus Domini, come piccolo protagonista di uno degli eventi più importanti della cittadina.
Ma quelle erano solo esperienze che mi facevano assomigliare ai grandi e fare cose da grande, per davvero, non per gioco. In seguito sarei stato piuttosto insofferente di qualsiasi uniforme, decorazione, blasone.
La retorica bellica e il battesimo del fuoco (1942-1943)
Il sussidiario e l'eroe che affonda con la nave
Studiavo alle elementari in una scuola privata tenuta da tre anziane sorelle che avevano dedicato la loro vita all’educazione dei bambini, e che per me sono state maestre molto amate, tanto che andavo a trovarle anche da grande, fino alla loro morte. Ci hanno dato basi eccellenti, se pensiamo che fra i miei “compagnucci”” c’erano il costituzionalista Alessandro Pace e l’economista Marcello de Cecco.
Il libro di testo era il famoso sussidiario, un testo di regime fortemente ideologizzato, che ricordo ancora per i suoi contenuti inneggianti alla guerra, all’eroismo, al sacrificio del capitano della nave colpita che affonda con essa (una cosa che non ho mai capito, perché fin da allora io avrei fatto di tutto per salvarmi, abbandonando la nave al suo destino). Gli effetti del sussidiario si vedevano in noi bambini. Un mio compagno disegnava qualcosa di simile ai fumetti, storie in sequenza con soldati che combattevano battaglie furiose. Disegnando, Sergio commentava e faceva i rumori degli spari e le grida dei soldati, fino a quando uno uccideva l’altro. Quando io chiedevo chi erano, immancabilmente lui diceva, indicando il vincitore e il morto: “questo è italiano e questo è inglese”. Naturalmente non immaginava che poco dopo gli inglesi sarebbero diventati alleati… Noi bambini eravamo profondamente divisi tra i fan dell’aviazione e della marina, l’eterna contrapposizione degli italiani che dai guelfi e ghibellini arrivava ai fan di Bartali e Coppi, di Mina e Milva, di rossi e neri, fino alle attuali intolleranze social.
Io simpatizzavo per l’aviazione, una predilezione che è continuata anche da grande.
Tutto ciò fa capire quanto i bambini fossero influenzati da idee e suggestioni eroiche e guerresche, e perché poi molti di noi, crescendo, hanno ripudiato guerra, eroismi, rettorica della patria, valori sacri e inviolabili a cui sottomettersi, in una parola il fascismo in tutte le sue espressioni, di destra e di sinistra, europee ed extraeuropee, guerresche e mediatiche.
La crisi di pianto con "Giarabub": storia e finzione del cinema
In realtà io avevo un temperamento molto pacifico. Una volta mio cugino mi portò al cinema a vedere “Giarabub”, un oscuro episodio della guerra d’Africa che decantava le virtù italiche di una pattuglia che combatteva fino all’ultimo accerchiata dal nemico. Quando gli eroici soldati morirono, io fui colto da una tale crisi di pianto che mio cugino dovette affannarsi a spiegarmi che il cinema era tutto finto, quelli non erano soldati ma attori, e non morivano davvero. Fu il mio primo film, con cui sperimentai al tempo stesso la suggestione della storia e lo svelamento dell’inganno, che poi sono i due elementi fortemente seduttivi del cinema. Allora specialmente noi bambini andavamo al cinema ogni tanto, ed era sempre un evento memorabile, ben diverso dalla attuale immersione audiovisiva, dalla tv ad You Tube.
Ricordo la festa che si fece lungo il corso di Lanciano nel 1940 per l’entrata in guerra con la Grecia, con sfilate e gente esultante che ripeteva il becero slogan del Duce: “Spezzeremo le reni alla Grecia”. Più tardi poi, in due anni di difficoltà, le ossa rotte le avremmo avute noi, sacrificando tanti giovani alpini che furono cantati dalla canzone Bandiera nera.
Napoli, sirene e vomito nel rifugio
Oltre questa rettorica bellica, la guerra non faceva parte della mia esperienza diretta, fino al 1942. Ormai ero un ragazzino di sei anni, e mia madre mi portò con sé a Napoli per il matrimonio di una sua cugina. Di quel viaggio, forse il primo viaggio importante dopo il mio trasferimento da Roma a Lanciano, ricordo il Vesuvio allora ancora attivo col suo pennacchio di fumo, il ricevimento nuziale in un albergo di via Caracciolo con uno strano gelato verde, forse a base di farina di piselli, e un’incursione aerea. Una notte le sirene annunciarono una incursione aerea per bombardare il porto di
Napoli. Uscimmo in terrazza per vedere i riflettori che spazzavano il cielo con i loro raggi azzurri, e ogni tanto inquadravano piccoli aerei bianchi. Si cominciarono a sentire gli spari della contraerea, ma mentre mi stavo godendo lo spettacolo mia madre mi prese in braccio e mi portò giù nel rifugio antiaereo ricavato negli scantinati del palazzo. Io avevo appena mangiato, e tenuto sotto il braccio della mamma come un cocomero mi sentii male e diedi di stomaco. Posso solo immaginare come dovette sentirsi la mamma!
8 settembre: la smobilitazione e il boato della mina tedesca
La vacanza del 1943 però fu bruscamente interrotta l’8 settembre. Io e mio fratello facevamo il bagno e giocavamo sul bagnasciuga, quando mio cugino Filippo arrivò in spiaggia correndo e gridando: “E’ finita la guerra! Badoglio ha firmato l’armistizio!”. Io non capivo bene che cosa dicesse, ma ricordo perfettamente le frasi e la sua gioia, perché subito dopo arrivò una squadriglia di bombardieri Stukas tedeschi che mitragliarono la spiaggia. Mia madre si lanciò su di noi e ci disse: “Su, presto, andiamo via, i bagni sono finiti!”. Chiamò in fretta e furia la macchina dell’azienda che ci riportò a Lanciano. Intanto anche papà stava tornando da Bologna a Lanciano nella famosa smobilitazione del nostro esercito, raccontata così bene nel film Tutti a casa che Comencini girò nel 1960 con Alberto Sordi e Serge Reggiani.
Tornati a casa dei nonni, ebbi subito un secondo impatto con la guerra guerreggiata. Stavo giocando in giardino, ed osservavo un giovane soldato tedesco che armeggiava nella ferrovia che correva lungo il nostro giardino. Il tedesco si mostrò affabile e sorridente, ma ad un certo punto diventò brusco e mi ordinò di allontanarmi. “Fai fia, pasta ciocare ora, troppo pericoloso per te!”. Io mi allontanai intimorito, anche il soldato si allontanò, e subito dopo si udì un fortissimo boato e saltò per aria il traliccio della linea aerea della ferrovia, che il tedesco aveva minato.
Lungo la Linea Gustav: fede, paura e vita (1943-1946)
La torre, il rifugio e la notte delle fiamme
Già da un po’ di tempo la mamma aveva lasciato la casa di Roma ed era venuta a vivere a Lanciano. Abitava nel nostro villino di campagna, in contrada Severini, e dopo Francavilla andammo lì anche noi bambini, che solitamente stavamo in città con i nonni. Non ho mai saputo se i miei genitori vivessero in campagna per scelta o per scarsa compatibilità con i nonni, magari col carattere ruvido del nonno, dato che la nonna era una donna dolcissima, e l’unica che sapesse rabbonire il nonno e prenderlo per il verso giusto.
Il 6 ottobre 1943 eravamo in campagna. Non ricordo come, ma ci giunse notizia che un gruppo di giovani aveva assaltato un camion di tedeschi, e che questi stavano facendo rappresaglie. La nostra casa di campagna aveva una torre, su cui salimmo per vedere nella notte alte fiamme che si alzavano dietro il profilo delle case di Lanciano. Quello per me fu il battesimo del fuoco, nel vero senso della parola. Subito dopo arrivò un carro trainato da buoi con i nonni, gli zii, altri parenti, amici, sconosciuti che scappavano dalla città e si rifugiarono nella nostra casa, che arrivò ad ospitare più di 50 persone.
La mia vita di bambino era sconvolta, non andavo più a scuola, il bagno era diviso da una tenda per potersene servire nello stesso momento in più di una persona, mio padre e i miei cugini ormai grandi si rifugiavano nel bosco per sfuggire ai tedeschi che avevano cominciato a catturare gli uomini per metterli ai lavori forzati e inoltrarli nei campi di concentramento.
Il crollo della grotta "sicura": crisi spirituale del padre
Mio padre aveva scavato grotte intorno alla casa e nel bosco vicino, da usare come rifugi antiaerei. Una di queste grotte era veramente a prova di bomba, perché era orientata in modo da non poter essere raggiunta né da bombe aeree né da proietti di artiglieria, aveva un bel sistema di cunicoli scavati nell’argilla e un grande blocco di conglomerato roccioso che le faceva da impenetrabile scudo dall’alto. Era anche ben nascosta nel fitto del bosco, e difficile da trovare per chi non la conoscesse. Mio padre l’aveva equipaggiata con viveri e acqua, e l’aveva dotata anche di un cunicolo di fuga, nel caso che l’entrata si fosse ostruita. Ci aveva vissuto un po’ per collaudarne l’abitabilità perché, se gli eventi fossero precipitati, avrebbe trasferito lì moglie e figli.
A novembre piovve molto, e il fango rallentò l’avanzata delle truppe americane che si erano attestate sulla valle del Sangro.
Allora non lo sapevo, ma da adulto appresi che ci trovavamo lungo la Linea Gustav, la linea dlfensiva dell’esercito tedesco in cruenta ritirata che da noi, vicini ad Ortona, arrivava fino ad Anzio, dove sbarcarono gli alleati ingaggiando furiosi sconbtri col nemico, in cui fu rasa al suolo l’abbazia di Montecassino.
Una notte, mio padre venne a dormire a casa per la troppa pioggia, e la mattina tornò nel bosco. Ma quando arrivò alla grotta, il roccione era crollato e aveva schiacciato completamente i cunicoli. Evidentemente gli scavi e la pioggia insieme avevano minato la stabilità del roccione, che se ci fossimo rifugiati nella grotta “sicura” ci avrebbe schiacciato come topi! Questo fatto, insieme con altri simili, causò in mio padre una crisi spirituale che lo portò nel tempo a diventare un fervido credente, quando fino ad allora era stato un seguace della Scuola Positiva di Enrico Ferri, suo professore all’università.
Anche noi bambini vivevamo i militari tedeschi in modo molto angoscioso, li sentivamo come presenze estranee e minacciose, da evitare ad ogni costo.
Mentre eravamo sfollati nella nostra casa di campagna i miei ogni tanto rifocillavano un inglese clandestino, probabilmente una spia, che quasi certamente ci salvò la vita perché informò gli anglo-americani che la torre bianca sulla nostra casa non era un osservatorio tedesco né un qualsiasi obiettivo militare, ma il fastigio di una pacifica e ospitale casa di campagna.
O forse no, considerando che ormai i tedeschi erano già in ritirata, e dunque erano molto indeboliti, e gli anglo-americani, ora diventati alleati, dalle rive del Sangro, a pochi chilometri da noi in linea d’aria, ogni mattina cominciavano i cannoneggiamenti che andavano avanti per tutto il giorno, fino a sera, per ricominciare il giorno dopo. I continui colpi di cannone da un lato erano ossessivi e minacciosi, dall’altro erano rassicuranti, perché ci facevano capire che gli alleati erano vicini.
Tra cannonate e rosario: partenza o arrivo?
Mio padre aveva spiegato a noi bambini che se sentivamo gli spari potevamo continuare a giocare tranquillamente all’aperto, e dovevamo correre in casa solo se vedevamo in cielo le nuvolette della contraerea, o se sentivamo i fischi dei proietti. Ci aveva anche insegnato a distinguere i colpi di partenza da quelli di arrivo, spiegandoci che solo questi per noi potevano essere pericolosi.
Un pomeriggio mamma mi mandò a fare una commissione nella vicina casa colonica. Mi incamminai lungo lo stradone sterrato fiancheggiato da ulivi e campi di grano, sotto i consueti cannoneggiamenti, di cui distinguevo bene i colpi di partenza, di cui non c’era da preoccuparsi, da quelli di arrivo, più forti, ma non tanto vicini da sentire i fischi. A metà strada però le granate cominciarono a fischiare, e addirittura i fischi diventarono oscillanti, a far sentire il proietto che girava su se stesso avvicinandosi pericolosamente, con boati di arrivo scroscianti. Feci una corsa affannosa per raggiungere la casa colonica, dove mi accolse la contadina che cercò di calmarmi con un ramaiolo di acqua del pozzo. Ho ancora tutto vivo negli occhi e nelle orecchie.
Un’altra volta col nonno e mio fratello ero andato a fare una camminata nei campi di grano della nostra tenuta. Quando eravamo proprio in mezzo al campo, lontani da qualsiasi albero o altro riparo, arrivò un’improvvisa incursione aerea e la contraerea tedesca riempì il cielo di minacciose nuvolette, da cui cadevano schegge micidiali tutto intorno. Mio fratello non dette molta importanza alla cosa – aveva quattro anni! – ma io capivo tutto e fui molto spaventato perché non sapevo dove ripararmi. Per fortuna l’attacco fu molto rapido, e dopo un po’ tutto ridivenne tranquillo.
Ricordo le sere lunghe e tristi, poco illuminate da qualche candela e una lampada ad acetilene – nella casa di campagna non c’era la corrente elettrica – quando prima di cena si recitava il rosario tutti intorno ad un braciere di ottone su cui erano messe alcune mele a cuocere e a profumare un po’ l’aria. Il lieve mal di testa dell’ossido di carbonio misto all’odore di mele è una sensazione che si fonde con la sottile malinconia delle persone salmodianti. Il rosario per me è sempre stato noiosissimo, per la sua ossessiva ripetitività, del tutto contraria al mio carattere da improvvisatore che mi avrebbe fatto amare il jazz e l’action painting. Fra i ricordi di immagini, odori e sensazioni di quei rosari, spicca quello di donna Assunta, un’anziana amica di famiglia che con voce cupa e rimbombante recitava una preghiera alla Madonna che iniziava così: “Sgomenti… (pausa) dagli orrori della guerra che colpisce popoli e nazioni…”. La parola “sgomenti” risuonava fra un colpo di cannone e l’altro, con le zie che chiedevano a mio padre Girolamo: “Giro’, partenza o arrivo?” e lui immancabilmente ripsondeva per tranquillizzarle: “Partenza zi’ Adina, partenza”. Avemarie e litanie si alzavano di tono quando i colpi diventavano troppo forti per essere considerati ancora di partenza anche dalle ridottissime conoscenze di artiglieria delle zie.
A nove metri dalla porta: la bomba inesplosa
Insieme con i cannoni diventavano più frequenti i bombardamenti aerei delle famose “fortezze volanti”, che arrivavano in formazione e un bombardiere dopo l’altro picchiava, sganciava le bombe e si rialzava fra grappoli di nuvolette della contraerea. I bombardamenti erano piuttosto lontani, li vedevamo a sud est, verso il porto di Vasto. Ma ben presto cominciarono a risalire avvicinandosi a noi.
Papà decise che era più prudente andare a dormire in una casetta vicina, perché da buon artigliere temeva che il villino con la torre potesse essere considerato un obiettivo da colpire, ed in effetti una cannonata aveva sfondato la finestra della camera dei nonni, per fortuna quando non c’era nessuno. Dormivamo tutti in fila l’uno accanto all’altro, quaranta persone in un piccolo locale. Una notte si scatenò l’inferno, un bombardamento che durò ore ed ore. Ho ancora nelle orecchie i fischi e le esplosioni delle bombe, il rumore delle schegge e dei ciottoli che cadevano sul tetto, il crepitio della contraerea. La mattina, dopo una notte insonne, uscii e a soli nove metri dalla porta vidi il foro perfettamente rotondo di una bomba che si era infilata nella terra molle di pioggia e non era esplosa. Evidentemente non era arrivata la nostra ora, ma papà ritenne perfettamente inutile continuare a dormire lì, per cui tornammo in casa.
Mia madre era molto coraggiosa, e una volta andò sulla torre per prendere le mele per il pranzo in pieno bombardamento, e ci raccontò che la torre oscillava per lo spostamento d’aria.
La liberazione e le prime passioni
L'umanità del ragazzo tedesco e la messa dello zio arciprete
Verso la fine di novembre i tedeschi cominciarono a ritirarsi. Uno di essi, un ragazzo biondo di neanche venti anni, arrivò da solo in casa, e fu accolto da mia madre che gli diede qualcosa da mangiare, una catinella e un pezzo di sapone per ripulirsi un po’. Io ero lì vicino e lo osservavo con la mia solita curiosità. Il ragazzo si tolse la giacca e la camicia, rimanendo a torso nudo. Piegò la camicia e la mise sulla sedia, ma dal taschino cadde una bomba a mano, di quelle a uovo, e rotolò sul pavimento per fermarsi più in là. Il soldato restò impietrito col terrore dipinto sul volto, unito al rammarico per il pericolo che faceva correre a quella mamma e quel bambino italiani che erano stati così buoni con lui. Fu un indimenticabile momento in cui la guerra era superata dalle emozioni e dai sentimenti che ci univano, una mamma, un bambino, un ragazzo biondo dagli occhi azzurri. E niente altro.
Il 3 dicembre del 1943 gli alleati riuscirono ad arrivare da noi. Zio Giovanni, l’austero arciprete, fratello maggiore del nonno e autorità spirituale di tutta la famiglia, stava dicendo messa nell’altare posticcio ricavato in sala da pranzo. I miei cugini arrivarono trionfanti con la notizia, ma lui continuò imperterrito a celebrare la messa. Mi è sempre rimasto in mente quell’atto di sentita e profonda religiosità.
Alleati, fox trot e il sogno d'oltreoceano
Dopo la cupa presenza dei tedeschi, gli alleati portarono festa, allegria, buon umore, cioccolata, pane bianco, dischi.
La nostra casa di campagna divenne un luogo di ritrovo, perché qualche contadino riuscì a recuperare il pianoforte di casa e ce lo portò su un carro. Mio padre e mio cugino Vittorio suonavano e mia madre cantava, si facevano cene e giochi di società, con tutta la voglia di vivere.
Venivano ufficiali, sottufficiali, soldati canadesi, indiani, polacchi. Io cominciavo ad ascoltare i loro dischi, a parlottare inglese, a sognare quel grande paese d’oltreoceano che era venuto a liberarci dalla guerra e dai nazisti.
Gli alleati misero un grande campo vicino alla nostra casa, dove noi bambini andavamo a giocare. Una volta un sottufficiale polacco mi fece salire sul suo carro armato e mi fece fare un bel giro, svettante sulla torretta. Mi rivedo ancora, ragazzino felice e orgoglioso dell’avventura indimenticabile.
Gli alleati cannoneggiavano a tappeto per tutto il giorno, lungo un fronte di chilometri. I tedeschi si erano attestati sui rilievi oltre il fosso che delimitava la nostra tenuta. Erano rimasti in pochi, con qualche cannone leggero, che spostavano da un posto all’altro per dare l’impressione che fossero di più. Ma quando sparavano erano molto efficaci. Ricordo ancora che un giorno bastò qualche colpo di cannone per seminare lo scompiglio nei poveri, assai poco aggressivi alleati!
Un giorno, mio nonno riuscì a tornare a Lanciano, per vedere che ne era stato della casa e della fabbrica. Era andato a piedi, per i cinque chilometri di viottoli che separavano la casa di campagna da quella di città. Lo vedemmo tornare nel tardo pomeriggio. Entrò col volto disfatto e crollò letteralmente sulla prima sedia. Tutti noi ci raccogliemmo intorno, e lui con voce rotta ci disse: “E’ tutto distrutto!”.
La radura di Gammaus: il luogo della luce e la memoria dell'anestesia
Non ricordo perché, un pomeriggio facciamo una passeggiata nel bosco. Forse sono da poco arrivati gli alleati, e papà, invece di
nascondersi nel bosco, può finalmente venire con noi in tutta tranquillità. Fatto sta che ci addentriamo nel verde, mamma, papà, mio fratello ed io. Papà ci racconta di Gammaus, un mago che vive nei boschi, contornato di elfi, fate, personaggi minori. E’ un grande mago, buono, capace di far diventare belle le cose. Non so nulla di più, perché probabilmente papà aveva inventato la storia durante la passeggiata, e non la raccontò più. Questa perdita di memoria aggiunge fascino al ricordo, così incompleto ma così suggestivo, perché seduttivo e struggente come una sirena che pian piano affonda nel mare.
A un certo punto, dal fitto del bosco usciamo in una radura, piccola, tonda, illuminata dal sole, con un tappeto di tenera erbetta, fiori – ciclamini? – tutt’intorno. Il mago Gammaus si salda in modo indelebile in quella radura, che per me rimane la radura per
eccellenza, il luogo di apertura, di riposo, di luce, dopo l’intreccio scuro del bosco, dopo i terrori cupi della guerra. Mi è
stranamente tornata in mente tanti anni dopo, al momento di perdere conoscenza durante l’anestesia totale che precedeva un intervento chirurgico che ho subito al setto nasale. Forse per questo ricordo l’anestesia è stata un’esperienza molto piacevole.
Botti e calze: dal residuato bellico alla matita
Un gioco che facevamo tutti noi ragazzini dai sette ai dieci anni era andare in giro fra macerie e campi per raccogliere residuati bellici e recuperare polvere da sparo, con cui poi facevamo piccole bombe da far esplodere per divertirci. Anche ora, quando vedo e leggo di bambini mutilati da ordigni bellici, ricordo quei momenti, e penso a quanto siamo stati fortunati per essere rimasti tutti interi. Forse uno dei maggiori guasti delle guerre è proprio questa assuefazione che induce nelle popolazioni civili. I lancianesi hanno sempre avuto il culto dei fuochi d’artificio. “Bande, botte e campane, ecche Lanciane” è il motto popolare della città, per le numerose feste e sagre con banda, fuochi d’artificio e scampanii di messe e processioni. Nelle feste patronali per la Madonna del Ponte, a metà settembre, si facevano grandi fuochi proprio davanti a casa nostra. I botti finali erano tanto forti che crollava l’intonaco di alcune camere. Un anno che l’intonaco restò illeso mio nonno disse che i fuochi erano stati una schifezza.
Quando avevo nove anni, poiché amavo disegnare, mio nonno mi mandò a lezione da Donato Villante, l’architetto che aveva progettato il calzificio, insegnante di disegno presso l’Istituto industriale di Lanciano, un uomo mite e gentile, che parlava sempre sottovoce, ma era piuttosto esigente e mi diede ottime basi nella matita e nell’acquerello. Ancor oggi conservo il pennello doppio che usavo allora. La **matita **e il tratteggio sono sempre rimasti alla base delle mie tecniche, tanto che all’Istituto Europeo per due anni ho tenuto un corso intitolato “Dalla matita al computer multimediale”.
La fabbrica e il torchio: dal modello chiuso al modello-rete
Oltre a quello che imparavo a scuola e con gli insegnanti privati, andavo spesso in fabbrica, che a quei tempi era organizzata in modo da avere tutto dentro le sue mura. C’era un laboratorio chimico, una tintoria, una filatura per preparare i rocchetti, le macchine per fare le calze, lo stiro, lo scatolificio, la tipografia, il magazzino, la falegnameria, l’officina per le riparazioni, gli
uffici. Io frequentavo più che altro la falegnameria e la tipografia, che aveva ancora il torchio a mano e il banco su cui si
componevano i caratteri e si legavano le forme con lo spago. Quelle furono esperienze che avrei ritrovato nei miei lavori futuri, dalla grafica alla consulenza aziendale, dove da quei modelli chiusi siamo giunti a modelli-rete, basati sulle teorie del caos.