1946-1956: La terza decade, jazz, arte e laicità

Sommario

    • Crescere, cambiare, ragionare  – Il jazz a Roma, da Chet Baker a mio fratello. – Muoiono i nonni. Cambia tutto. – Crescere fra  dischi e concerti.

    • Dalla fede cattolica al pensiero laico – Il principe della Chiesa. – Dalla religione alla laicità. – Tante religioni quante se ne possano inventare.

    • Studi universitari e scelte di vita – L’università e il professor Pallottino. – La vocazione del cane sciolto. – Amici significativi. Il prof alpino e l’alpinista prof. 

    • Formazione ed evoluzione artistica – Gli studi di pittura. – Dal figurativo all’astratto, dal gestuale all’iperrealista. – Claudio Cintoli e l’ambiente artistico romano. – Carla Panicali: lezioni di gusto.

    • Jammin’ the blues – Le mitiche jam session. – L’esperienza della jam. – La Modern Jazz Gang e un po’ di dolce vita. – Chet Baker di nuovo a Roma.

    • Dal cinema alla scuola – Sul set di Fellini. – I primi passi nell’arte come mestiere. – L’insegnamento nella scuola pubblica e privata. – Il rapporto critico con la scuola.

    • Vissi d’arte, vissi d’amore – Jazz con Gianfranca, l’amore della mia vita. – Davis e Coltrane, i musicisti e la critica. – Gato Barbieri a Roma. – I movimentati primi anni di matrimonio. – La Pop Art dalla Biennale di Venezia al Piper Club. – Ancora cinema e jazz.

Crescere, cambiare, ragionare

Il jazz a Roma, da Chet Baker a mio fratello

Nel 1956 arrivò a Roma Chet Baker, con un quintetto francese di cui facevano parte Barney Wylen, Renée Urtreger, Jean Louis Chautemps, Charles Saudrais. Fecero un concerto memorabile al Teatro Eliseo e fu la prima volta in cui vedemmo in scena un gruppo del tutto strafatto di eroina. Quella visione ci tenne sempre lontani dalla droga pesante, che considerammo una via senza ritorno, anche se sapevamo che molti jazzisti ne facevano uso.
Venne a Roma anche Dizzy Gillespie, il mio trombettista preferito, con la sua tromba periscopica.
Mio fratello Cicci, appena trasferitosi a Roma anche lui, fa il suo primo concerto col gruppo “Jazz at Home” di Sandro Serra, al Festival del Jazz che si tiene al Quirino. Nel 1958 Cicci sarà chiamato a far parte della Modern Jazz Gang, un gruppo aperto a nuove esperienze, con cui resterà fino al 1964.
Nel 1957 sono presidente del Jazz Club Roma, con cui organizzo concerti, incontri, serate, oltre alle mie collaborazioni con riviste. Al Teatro Brancaccio ci fu un concerto con Paul Anka, a cui andammo tutti perché nel primo tempo c’era un gruppo con Stephane Grappelly, Lucky Thompson, e una ritmica francese di prim’ordine. Ovviamente il grosso del pubblico era lì per Paul Anka, e manifestò notevole e rumorosa insofferenza per i raffinati arabeschi del violinista francese e gli assoli del grande sassofonista nero. Nella jam session che seguì Cicci suonò insieme con Lucky, che lo apprezzò e lo incoraggiò, consigliandogli di ascoltare Harold Baker. Noi non sapevamo nemmeno chi fosse, e non trovammo suoi dischi, se non come trombettista di Duke Ellington. Cicci suonava in uno stile vicino a quello di Clifford Brown, molto articolato e pieno di note. Baker invece suonava poche note ben meditate. Capimmo la lezione di Thompson: non serviva fare tante note, ne bastavano poche, ma messe al punto giusto.

Muoiono i nonni. Cambia tutto.

Nel 1958 muoiono i miei nonni, e a Lanciano dobbiamo riorganizzare tutto. Vendiamo l’azienda per pagare gli arretrati delle tasse e per evitare la voragine di spese che ci si riversa addosso, essendo tutti noi ignari di qualsiasi conoscenza di gestione d’impresa, e teniamo come abitazione un piccolo appartamento dove continueremo ad andare sempre meno, fino a quando si estinguerà ogni contatto con la città e le persone. La separazione dal Calzificio segna un altro punto di svolta in cui si conclude l’adolescenza e si entra nella piena giovinezza. Questi cambiamenti radicali plasmano profondamente il mio carattere e mi predispongono ai cambiamenti controllati del problem solving. Vivere senza quel mondo in cui ero cresciuto mi pareva inconcepibile, ma poi successe, e da allora non sono mi sono adattato ai cambiamenti, ma spesso sono stato agente di cambiamento, come quando, sempre in quegli anni, spinsi i miei genitori a sbarazzarsi anche della tenuta agricola che divorava soldi e nessuno di noi era capace di gestire.

Crescere fra dischi e concerti.

A Roma c’era un negozio di dischi a via delle Convertite dove andavano tutti i jazzofili perché il venditore al banco era Enzo Micocci, che con Biamonte conduceva la trasmissione radio “Il discobolo” e aveva scritto “Il libro del jazz”, quindi ci consigliava i dischi più interessanti appena giunti dagli States.
Non era facile procurarsi i dischi di jazz. Il batterista Roberto Petrin, nostro amico, aveva un parente pilota di linea che ci portava i dischi direttamente dagli States, e che nel 1960, appena uscito, ci portò “O amor, o sorriso e a flor” di Joao Gilberto, con cui conoscemmo fra i primi in Italia la bossa nova brasiliana.
Nel 1957 sono presidente del Jazz Club Roma, con cui organizzo concerti, incontri, serate, oltre alle mie collaborazioni con riviste.
In quegli anni, anche se non ricordo la data precisa, ci fu un concerto memorabile al Sistina, dove nel primo tempo suonò Bud Powell e nel secondo Thelonious Monk col suo famoso quartetto. Fu straordinario sentire come dallo stesso pianoforte uscissero sonorità così diverse fra i due grandi pianisti.
Viene anche il Modern Jazz Quartet. Sono due mondi diversi, e due modi di proporre jazz di alta qualità. Da una parte il feeling eccentrico e innovativo, dall’altra l’uso di buone maniere musicali per essere ammessi nel salotto buono dei musicofili.

Dalla fede cattolica al pensiero laico

Il principe della Chiesa

Nel 1960 ho assistito ad una cerimonia di consacrazione episcopale alla Cappella Sistina, celebrata da Papa Giovanni XXIII. Siamo stati invitati da Mons. Corradino Bafile per la sua nomina ad arcivescovo di Antiochia. Mons. Bafile, di eminente famiglia aquilana, parente dell’eroe della Prima Guerra Mondiale e dell’alpinista che ha legato il suo nome a famose vie del Gran Sasso, era amico di mio padre da quando erano ragazzi, ed è sempre restato molto vicino alla nostra famiglia. Quando però è diventato arcivescovo, e poi cardinale, dall’amabile amico molto alla mano si è trasformato nel vero principe della Chiesa, solenne, distante, perfettamente conscio del ruolo di eccellenza in ambito ecclesiastico.
I miei genitori erano molto religiosi, anche se il loro interesse principale era nella mondanità, nelle cene e nelle feste dove svolgevano alla perfezione il ruolo di padroni di casa. Riuscivano a sposare bene mondanità e religione, perché spesso facevano salotti in cui si discuteva con molto impegno di qualche tema religioso, per poi passare alla degustazione di cibi e vini.

 

Dalla religione alla laicità

Anch’io ho sempre preso molto sul serio la religione, partecipando a quegli incontri in modo attivo. Verso la fine del liceo ho cominciato ad avere un po’ di dubbi, e all’università ho capito che la religione cattolica era una delle tante religioni esistenti, e quindi non rappresentava la verità, ma solo un punto di vista. Ho sempre apprezzato la figura di Gesù, che fin da allora ho imparato a distinguere dalla Chiesa, e che poi ho imparato a considerare come una versione mediorientale del Bodhisattva, l’illuminato buddista che non tiene la luce per sé, ma cerca di condividerla con gli altri. Ora sono convinto che il Gesù delle Scritture non abbia molto a che fare con il Gesù realmente vissuto in Galilea, e più e oltre che una persona fisica, sia una creazione letteraria tradizionale, un po’ come Ulisse. Della religione cristiana accettavo precetti di buona condotta e consigli di saggezza, ma due cose non sono mai riuscito ad accettare: la fede nella verità assoluta in quanto rivelata e interpretata dalla Chiesa, e la Provvidenza. Penso che il culto della Madonna, dei Santi, dello stesso Gesù, siano derivati dal bisogno di combinare l’astrattezza e la lontananza del Dio supremo, primo motore immobile, con la vicinanza di qualcuno che ci assomiglia, su cui possiamo proiettare meglio i nostri problemi quotidiani. Ma francamente trovo ridicolo che il Dio assoluto dell’universo possa rivelare alcune cose di sé ad un popolo eletto e non ad altri, che possa incarnarsi in un solo uomo ed aver cura di me. E’ un po’ come se il presidente degli Stati Uniti si incarnasse in un microbo di topo e si prendesse cura di altri microbi dello stesso topo scelto a caso.

Tante religioni quante se ne possano inventare.

All’università e dopo ho continuato a studiare mitologie e religioni, dalla Grecia a Roma, dagli Etruschi ai popoli germanici, dai cristianesimi all’induismo, dalle storie dei Papi ai saggi di mitologia comparata di Campbell, fino ad arrivare al laicismo mistico del buddismo e di Khrisnamurti, che si avvicinano di più al mio modo di pensare. Il costruttivismo ha messo in ordine tutto il magma, perché sono arrivato alla tranquilla conclusione che le religioni sono movimenti storici come tutti gli altri, propongono una visione unilaterale che va accettata o rifiutata senza troppo discuterla, e che esistono tante realtà quante ce ne possiamo inventare, come dice Watzlawick. Popper ha rifinito il lavoro con la sua teoria della falsificabilità delle teorie scientifiche, per cui la scienza progredisce perché una teoria falsifica la precedente, mentre le religioni evitano il concetto di falsificabilità. Ho imparato così a non pormi domande a cui non è possibile rispondere, concentrandomi solo su problemi che sono in grado di affrontare.
La mia laicità mi ha messo in contrasto con i genitori, con cui ho fatto appassionate discussioni fino all’ultimo, dove la mia ragione arrivava immancabilmente di fronte alla porta chiusa della fede, e la comunicazione finiva lasciandoci sempre più radicati nelle rispettive posizioni. Anche nel mio matrimonio, che facemmo in chiesa perché eravamo già piuttosto anticonformisti e non volevamo scandalizzare più che tanto le rispettive famiglie, i miei mi fecero incontrare un alto prelato loro amico che mi ricevette in un solenne palazzo della Curia romana. L’incontro con il freddo e chiuso ecclesiastico contribuì a confermare le mie convinzioni laiche, tanto che non facemmo la comunione, per un minimo di coerenza, che tuttavia molti sposi di oggi non hanno. Secondo una ricerca recente pare che in Francia ai funerali vadano a fare la comunione anche i non cattolici perché pensano che sia uno dei comportamenti rituali che vanno assunti durante la cerimonia, come alzarsi, sedersi, darsi la mano, inginocchiarsi. Vendendo le lunghe file di comunicandi, penso che qualcosa di simile avvenga anche da noi.

Studi universitari e scelte di vita

L'università e il professor Pallottino.

Frequento il corso di laurea in lettere classiche all’Università di Roma. All’università subisco un altro confronto impegnativo, perché al liceo ero riuscito ad essere fra i più bravi della classe, ma ora i colleghi venuti dal Mamiani o dal Giulio Cesare erano molto più bravi di me. Quindi ho dovuto imprimere una nuova accelerazione ai miei studi e i miei interessi, anche perché fra i miei colleghi c’era Mara Muscetta, figlia di Carlo, Lia Signorelli, figlia dei famosi editori, Adriano La Regina che poi diventò soprintendente archeologico di Roma, Filippo Coarelli, Mario Torelli, Fausto Zevi, tutti esimi professori di etruscologia e archeologia, Giorgio di Genova, noto critico d’arte moderna, Carlo Alberto Pinelli, figlio di Tullio e già alpinista e documentarista di valore, ed era abbastanza dura confrontarsi con loro “ad armi pari”. Fra i professori avevo il temutissimo Ettore Paratore, Natalino Sapegno, Gennaro Perrotta, Ranuccio Bianchi Bandinelli, Massimo Pallottino, Giuseppe Ungaretti, Luigi Moretti padre del regista Nanni.
Mi sono laureato con Pallottino, con una tesi sulla tecnica della pittura etrusca. Come formazione culturale, la tesi è stata l’esperienza più importante della mia vita. Il professore mi trattava malissimo, rimproverandomi anche lungo i corridoi dell’università, ma mi spingeva a diffidare di qualsiasi testo, per autorevole che fosse, e di andare a verificare sempre con i miei occhi. Mi tolse spietatamente ogni residuo di liceo, portandomi a scrivere solo dopo aver ricercato e selezionato, e solo ciò che era necessario dire, né più né meno. Penso che una tesi fatta bene sia ancora oggi una delle migliori occasioni di vera formazione, da utilizzare poi nella vita per qualsiasi altra cosa, da una relazione tecnica ad ogni altra forma di comunicazione. Oggi molti giovani mi chiedono consigli sulle loro tesi, e purtroppo vedo che sono poco guidati e seguiti dai loro professori. E’ un peccato, perché perdono un’occasione irripetibile, perché di una tesi non è tanto importante l’elaborato finale, quanto il processo di studio, organizzazione dei saperi, ricerca sul campo e in letteratura.

 

La vocazione del cane sciolto. .

Pallottino poi mi invitò ad alcune delle serate che faceva nella sua bella casa vicina al Teatro Valle, dove si incontravano personaggi di prima grandezza della cultura internazionale, da Paratore, che in società era spiritoso e leggero, al direttore del Metropolitan Museum di New York. Ma dopo avermi fatto assaggiare questo mondo, Pallottino mi mise di fronte ad una scelta radicale. Sarei potuto diventare suo allievo, affidandomi completamente alla sua guida, perché avrebbe organizzato lui le mie letture, i miei studi, la mia carriera. Però avrei dovuto abbandonare tutti i miei interessi artistici e musicali. In caso contrario sarei restato fuori. Io rifiutai la sua proposta, scegliendo la difficile via del cane sciolto, una scelta che ho pagato duramente in una Italia dove chi vuol fare carriera deve appartenere a qualcuno o a qualcosa, dal clan partitico a quello massonico o camorristico, ma che mi ha fatto sentire sempre libero e indipendente.
Siamo rimasti sempre in buoni rapporti, anche per l’amicizia con la figlia Paola, tanto che andai a trovarlo in ospedale parecchi anni dopo, per un difficile intervento oculistico che aveva appena subito. Lui si fece raccontare quello che facevo, e mi disse: “Bravo, sono contento perché ti vedo vivo e allegro, a differenza di molti miei allievi che sono piuttosto spenti. Hai fatto bene a fare le tue scelte”. Al di là delle sue parole, che per me furono di grande sostegno, a volte mi sono pentito della mia scelta di allora, anche vedendo le brillanti carriere dei miei colleghi, e le difficoltà che invece io dovevo sopportare, con lavori sempre incerti, clienti che ritardavano i pagamenti, manager che svalutavano il mio lavoro. Una cosa è certa però: nella mia vita non mi sono mai annoiato!

 

Amici significativi. Il prof alpino e l'alpinista prof.

Cicci e io continuavamo a tornare a Lanciano nei periodi festivi e d’estate, sia per vedere i nonni, sia per gli amici con cui eravamo sempre in contatto. I nostri nuovi interessi artistici e culturali però ci imponevano contatti diversi. Uno di questi era Roberto Pappacena, raffinato poeta e professore di liceo un po’ più grande di me, che mi introdusse ai poeti francesi, al surrealismo e al Dada, e che fu nominato professore di ruolo a Cortina d’Ampezzo, che aveva scelto perché amava molto la montagna. Un’estate mi invitò a stare due mesi da lui. Andammo in montagna insieme, e per sdebitarmi lo aiutavo a fare lezioni private ai ricchi e ignoranti rampolli dei villeggianti. In quell’occasione sperimentai come strumento didattico la scaletta, che usavo per me, ma con cui insegnai a scrivere decentemente ad un’allieva molto carina ma assai poco portata alle lettere. Avrei ritrovato la scaletta nel word processor del computer come outliner, il potente strumento di strutturazione dei testi che sto usando anche in questo momento per scrivere e organizzare questo testo.
Carlo Alberto Pinelli, altro collega di università, dove frequentava i corsi di orientalistica con Giuseppe Tucci, mi introdusse nel mondo dell’alpinismo e mi fece fare il corso di roccia della Sucai, per cui a Cortina ho potuto fare belle vie dolomitiche fra cui la Cima Grande di Lavaredo. Pinelli sarebbe poi diventato accademico del CAI ed apprezzato documentarista.

 

Formazione ed evoluzione artistica

Gli studi di pittura.

All’università vivevo un’esperienza in certo senso contraddittoria, perché da una parte mi immergevo nello studio dell’antico, dalla cultura classica all’etruscologia e all’arte paleocristiana, con gli stessi colleghi e al di fuori dell’università mi addentravo vieppiù nella cultura e nell’arte moderna. Ho sempre conservato la curiosità e l’apertura verso il nuovo sulla base dell’antico e del classico.
Durante il liceo e l’università ho continuato a studiare pittura, anche se non in modo organico. Frequentavo lo studio dello scenografo Carlo Santonocito, amico di mio padre, che mi dava consigli tecnici e mi faceva vedere la sua bottega al lavoro nella realizzazione delle scene del teatro dell’Opera, dove ritrovavo quelle emozioni che avevo vissuto da bambino sulle impalcature di casa. Lo studio era frequentato da artisti famosi come Renato Guttuso che conobbi, e che creavano i bozzetti da far realizzare all’equipe di Santonocito. Poi studiai presso la scuola di San Giacomo e con Sandro Marzano, che mi insegnò la tecnica della pittura ad olio. Dopo la laurea frequentai per un paio di anni l’Accademia di Belle Arti, nel corso di Cipriano Efisio Oppo, a cui si iscrisse anche Paola Pallottino, figlia dell’etruscologo. Con Paola nacque subito una solida amicizia che dura tuttora. Però i pittori che vedevo in giro usavano tutte altre tecniche, dagli acrilici all’aerografo, quindi dopo un po’ lasciai l’Accademia perché non trovavo quella solidità tecnica e quell’apertura culturale che mi aspettavo di ricevere.

 

Dal figurativo all'astratto, dal gestuale all'iperrealista.

In pittura facevo i miei progressi, ma anche se seguivo l’arte astratta, ero figurativo. Un collega di archeologia era Adriano La Regina, futuro sovraintendente alle Antichità di Roma, e figlio di Guido, apprezzato pittore astratto. Quando Adriano seppe dei miei interessi per la pittura, mi fece conoscere il padre, che in un paio di incontri mi disse come avrei potuto passare dal figurativo all’astratto, imponendomi di comprare molta carta da pacchi, tre o quattro barattoli di tinta lavabile, uno o due pennelloni, e di cominciare a buttare giù pennellate come venivano, cercando però di evitare qualsiasi somiglianza con figure qualsiasi. Fu un esercizio molto utile, con cui capii che potevo dipingere in qualsiasi modo, e fu l’inizio di una lunga esplorazione nei diversi modi di fare arte moderna, con collage, oggetti trovati, e poi con la gestualità della pittura astratta e il riaffiorare di figure e strutture compositive, fino a tornare alla figura con una serie di quadri che nei primi anni settanta anticipavano l’iperrealismo.

Umberto Santucci, Black Power 5, olio su tela, 1964
Black Power 5, olio su tela del 1964, è uno dei quadri con cui recuperavo il figurativismo con l'ampia gestualità della precedente esperienza astratta.
Claudio Cintoli e l'ambiente artistico romano.

Grazie al jazz fui contattato da Claudio Cintoli, già allora bravissimo pittore, che mi introdusse nell’ambiente romano dell’arte contemporanea.
Claudio era un mio modello. Diciamo pure che lo invidiavo un po’ anche se gli volevo bene, lo stimavo e lo consideravo un amico. Ci conoscemmo subito dopo il liceo. Lui era già un artista interessante, per quanto giovanissimo. Io invece ero ancora piuttosto acerbo come artista, perché avevo studiato pittura fin da quando avevo 9 anni, ma per quanto in possesso di una buona tecnica, non sapevo bene in quale direzione andare. Per lui ero interessante come esperto di jazz, che a lui piaceva. Era un bellissimo ragazzo, e aveva una mano molto felice, oltre ad essere sempre aggiornato sui movimenti artistici e le tendenze più recenti.
Io mi portavo dietro ancora un po’ di provincialismo abruzzese, quindi mi piaceva molto frequentare un buon pittore così bene introdotto nell’ambiente artistico romano e già con esperienze internazionali.
In quel periodo Roma era molto viva, grazie all’influenza di Giulio Carlo Argan, e alle iniziative di Palma Bucarelli, di Carla Panicali, dei Sargentini, di Gaspero dal Corso e Irene Brin (L’Obelisco).
La Bucarelli, che diresse la Galleria Nazionale di Arte Moderna dal 1942 al 1975, ci regalò mostre importantissime, come le grandi personali di Capogrossi e di Pollock, e la mostra dei grandi quadri di Picasso di cui ho già parlato. La Bucarelli aveva relegato in cantina i pittori di fine ottocento, ed esponeva Burri, Vedova, Licini e gli altri innovatori italiani.
Stavano venendo fuori artisti come Pino Pascali, Concetto Pozzati, Franco Angeli, Mimmo Rotella, e tutti gli altri che, miei coetanei o di qualche anno più grandi di me, stavano portando a Roma il vento dell’action painting, dell’astrattismo, della pop art.

 

Carla Panicali: lezioni di gusto.

Carla Panicali, prima col Segno, poi con la Marlborough per tutti noi è stata molto sprovincializzante. Quando diventammo amici di Carla, lei ci raccontò che, volendo aprire una galleria d’arte di alto livello, ma non avendo abbastanza soldi per farlo, scelse di limitarsi alla grafica, ma fece una attenta selezione di artisti. Perciò al Segno potevamo vedere solo mostre di grafica, ma con i nomi più importanti dell’arte contemporanea, come Mirò, Picasso, Chagall e Matisse. La galleria restò aperta dal 1956 al 1960, proprio nel periodo corrispondente alla formazione del mio gusto artistico. Era essa stessa una grande lezione di gusto: quando non ti puoi permettere una cosa, fanne una più piccola, ma tieni alta la qualità. Tutto il contrario di tante pacchianerie di ieri e di oggi.
Carla aprì la Galleria Marlborough nel 1962, come succursale della galleria omonima di Londra. Riuscì così a fare mostre di Pollock, Moore, Rothko, e aveva l’esclusiva di Burri, Vedova, Turcato, Consagra, Scialoja, Novelli, Perilli, Arnaldo e Giò Pomodoro, Fontana.
Nostra amica era anche Luisa Laureati che poi sarebbe stata l’animatrice della Galleria dell’Oca, che esiste tuttora, e allora esponeva artisti come Tano Festa, Franco Angeli, Giosetta Fioroni, e tanti altri.

Jammin' the blues

Le mitiche jam session.

Era anche il grande momento del jazz. Io organizzai una memorabile jam session con Sonny Rollins nella villa di Carla Panicali, con la partecipazione dei migliori musicisti di Roma e di artisti come Cintoli, Mimmo Rotella, Pino Pascali, e tanti altri. Venivano a fare concerti Gerry Mulligan, Bud Powell e Telonious Monk, Count Basie, e tanti altri.
Dopo ogni grande concerto organizzavamo una jam in qualche villa prestigiosa di nobili o personaggi del cinema. Il luogo in cui si teneva la jam era segretissimo, e soltanto pochi riuscivano a saperlo, per cui all’uscita del concerto si stava “in campana” per riuscire a sapere da chi aveva organizzato dove si sarebbe andati. Naturalmente ci riuscivano solo quelli che erano veramente “in”, ma noi rientravamo nella rosa, mio fratello come musicista ormai noto, io come critico che già scriveva per Musica Jazz e Jazz di ieri e di oggi.
Per capire com’erano quei tempi, dopo il concerto organizzammo una jam session in un locale romano in cui suonavano i Flippers, popolare complesso da ballo di allora.
Quando arrivammo con i musicisti dell’orchestra di Basie, non li vollero far entrare perché non avevano la cravatta! Noi, disperati, ci mettemmo in giro a cercare cravatte e foulard. Joe Newman non aveva portato la sua tromba. Max Catalano, trombettista dei Flippers, gli prestò la sua. Noi ci guardammo perplessi perché lui non la puliva mai, quindi la sonorità non era un gran che. Newman ci soffiò dentro, si mise in un angolo, la smontò fin nei pezzi più minuti, la pulì, la rimontò e suonò in maniera superba! Il povero Max disse che non aveva mai sentito la sua tromba tirate fuori una tale sonorità.
Miles Davis e John Coltrane li ho sentiti a Milano, dove andammo apposta con la nostra Fiat 500 (allora era un’impresa, perché si faceva la Cassia fino a Firenze, con la salita di Radicofani!).
A Bologna passai una intera notte con jazzisti italiani che suonavano in jam con Charlie Mingus e i suoi musicisti. Ricordo ancora quando Amedeo Tommasi e io rincasammo alle sei del mattino sotto i portici vuoti, con la testa e il cuore pieni di musica e di swing.

 

L'esperienza della jam.

La jam non era solo un evento musicale, era un’esperienza e una lezione di vita. Non tutti erano ammessi. Te la dovevi meritare. Se eri tu a organizzarla, dovevi cercare una casa abbastanza grande e accogliente, isolata al punto tale da poter suonare tutta la notte, con un pianoforte bene accordato. Quindi dovevi avere un giro di amicizie che avessero case ai Parioli, o ville sull’Appia Antica, tanto per avere un’idea. Poi dovevi assicurarti che ci fosse una buona sezione ritmica, almeno un basso e una batteria, che potessero accompagnare i primi solisti. Infine dovevi convincere i musicisti famosi a venire a suonare dopo il loro concerto.
Se invece eri un amatore, dovevi essere “in”, far parte di quei pochi che erano ammessi e che venivano informati in gran segreto del luogo e dell’ora. Poi non dovevi aspettarti nulla, perché la jam è tutta improvvisata, quindi può venir fuori una gran noia o una musica sublime.
La flessibilità mentale che ho acquisito con le jam mi è tornata utile nel fronteggiare imprevisti e nell’inventare soluzioni al momento, oltre a saper sfruttare al massimo la situazione esistente e le risorse disponibili al momento.

La Modern Jazz Gang e un po' di dolce vita.

A Sanremo oltre al festival della canzone, da noi sempre evitato con ogni cura, si faceva un importante festival del jazz, a cui nel 1961 fu invitata la Modern Jazz Gang. Per l’occasione vennero a Sanremo anche i miei genitori, per ascoltare Cicci su quel palco così importante.
La Modern Jazz Gang diventò presto ben nota prima a Roma e poi in Italia, ed era chiamata a suonare nelle feste e nelle notti del bel mondo romano. Una di queste feste era l’inaugurazione del roof dell’hotel Caesar Augustus di Corso Francia. Io ero lì insieme con gli amici musicisti, e c’erano tanti bei giovani che fra un ballo e l’altro, per fare qualcosa di diverso, cominciarono a spingersi dentro la piscina del roof, vestiti da sera. Dopo un po’ erano tutti in piscina, in una delle prime scene pittoresche della dolce vita romana, che poi fu ricostruita in un film.
L’altra famosa scena che poi fu ricreata da Fellini ne “La Dolce Vita” fu lo strip tease improvvisato da Aiché Nana al Rugantino, un noto locale romano. Io quella sera non c’ero, ma l’orchestra era la Roman New Orlens Jazz Band, fatta di amici un po’ più grandi di noi, che poi ci raccontarono tutto.

Chet Baker di nuovo a Roma.

Nel 1960 era tornato a Roma Chet Baker, e vi si era trattenuto un po’. Organizzammo una jam nella villa di Elsa Martinelli e Franco Mancinelli Scotti sull’Appia Antica, ma Chet non riuscì a suonare perché dormiva da qualche parte e non lo vedemmo neanche.

Per dare una mano a Chet, mio fratello lo chiamò a suonare nel suo gruppo alle Grotte del Piccione, un elegante night romano dove, prima di loro, suonava Fred Buscaglione con i suoi Asternovas e Fatima Robins. Lucio Fulci, regista di film di cassetta ma appassionato di jazz, chiamò la Modern Jazz Gang e Chet Baker a far parte del suo film “Urlatori alla sbarra”, con Joe Sentieri, Mina, Elke Sommer, Adriano Celentano, Umberto Bindi, Mario Carotenuto, Marilù Tolo, Lino Banfi, Peppino di Capri, Gianni Meccia. Per quanto non fossimo per nulla interessati agli “urlatori” e i jazzisti entrassero nel film come un cavolo a merenda, quello fu il primo impatto con quei cantanti coraggiosi che rinnovarono la provincialissima canzone italiana.
Durante le riprese del film organizzammo una festicciola a casa nostra con i musicisti e le attrici e cantanti, fra cui Mina. Non avevamo mai visto tante bellezze tutte insieme ed eravamo tutti un po’ su di giri, tanto che i musicisti non suonarono ma preferirono ballare per tutto il pomeriggio, abbagliati dal magico mondo del cinema, per una volta così a portata di mano.

 

Dal cinema alla scuola

Sul set di Fellini.

Nel 1962 Carlo Alberto mi chiese se volevo andare a vedere Fellini che girava un film. Naturalmente dissi di sì. Per l’occasione indossai un abito bianco, per cui sul set tutti mi prendevano per un giovane manager e mi trattavano con deferenza, e andai all’EUR, dove Fellini stava girando la scena madre del suo episodio “Le tentazioni del dottor Antonio”, del film di Monicelli “Boccaccio 70”. Era la scena del grande cartellone con Anita Ekberg che invita a bere più latte e ossessiona Peppino de Filippo, un grande piano-sequenza, con bersaglieri che correvano nello sfondo, preti rossi, i vari personaggi felliniani, e Peppino che doveva tirare contro il cartellone calamai pieni d’inchiostro nero.
Carlo Alberto era il figlio di Tullio Pinelli, lo sceneggiatore dei più famosi film di Fellini. Su un cassettone del salotto di casa sua c’era l’Oscar, e di fronte ad altri oggetti d’arte non faceva una gran figura. Ma era comunque la mitica statuetta del cinema di Hollywood. Noi eravamo abbastanza snob e non davamo grande importanza ai premi Oscar, perché erano dati con criteri commerciali, non artistici. Preferivamo autori come Bergman e Dreyer, e seguivamo i consigli di Edoardo Bruno, che nel 1950 aveva fondato Filmcritica, una delle più autorevoli riviste di critica cinematografica, ed era il fratello maggiore di un amico di mia moglie.
Tuttavia Fellini e Antonioni ci piacevano, per i loro film onirici, allusivi, estranianti. E l’Oscar è sempre l’Oscar!

 

I primi passi nell'arte come mestiere.

Claudio Pierini mi fa fare qualche lavoro artistico, fra cui le decorazioni della cappella e del museo della Guardia di Finanza, e disegni tecnici per il suo studio di architettura. Mi fa conoscere Augusto Favalli, un artista futurista che aveva collaborato come scenografo con Anton Giulio Bragaglia, e dopo aver diretto l’ufficio pubblicitario della Lux Film, aveva aperto un suo studio di grafica e pubblicità. Favalli mi comprò qualche tempera e mi fece fare alcune illustrazioni di opuscoli cinematografici. Per me fu un incontro molto importante, perché fu il primo contatto con la grafica e l’arte applicata, a cui poi mi sarei dedicato a tempo pieno. Da lui imparai il rapporto fra tempo e denaro, perché teneva sempre conto di quanto tempo ci voleva per fare un certo lavoro. Questo rapporto fu ribadito da Milton Glaser, che dedicava ai suoi lavori grafici il tempo relativo alla fattura che avrebbe emesso.
Naturalmente questo vale per lavori su commissione, non per quello che si fa per il proprio piacere.

L'insegnamento nella scuola pubblica e privata..

Appena laureato insegno per due anni nelle scuole medie, l’Istituto Professionale di Anzio (scuola pubblica) e l’Istituto Manieri di Roma  (scuola privata). L’esperienza è molto formativa perché sperimento quella che Lamberto Ceserani chiamerà “comunicazione fra diversi”, e che mi rimarrà sempre come base teorica per una comunicazione chiara e persuasiva.

Il problema era spiegare l’Illuminismo senza usare termini filosofici, perché i ragazzi del professionale non avevano fatto nessuno studio di filosofia, o mettere in riga ragazzi viziati, ignoranti e maleducati che nella scuola privata cercavano di recuperare anni non coi loro meriti, ma coi soldi di papà, e mi guardavano con aria di commiserazione perché possedevo solo una fiat 500. Sarebbero stati facili bersagli della commedia all’italiana, ma si sarebbero presi una bella rivincita con il craxismo prima e il berlusconismo dopo! Purtroppo fra quei ragazzi c’erano anche i criminali del Circeo…
Sempre a proposito di comunicazione fra diversi, nella scuola di Anzio un giorno stavo parlando del Petrarca, e della sua religiosità mondana, non rigorosa come quella del fratello, che invece di frequentare corti e belle donne era certosino. A questo punto tutta la classe scoppia a ridere. Io chiedo che cosa è successo, che ho detto di tanto buffo, e i ragazzi timidamente mi dicono: “professore, certosino…”. Tutti loro lo avevano interpretato come il formaggio Galbani. La vicenda mi spinse a dedicarmi alle comunicazioni di massa, vista la loro potenza.

 

Il rapporto critico con la scuola.

L’esperienza scolastica mi è servita anche a capire quanto non andava nella scuola, e quanto avrebbero avuto ragione i giovani contestatori del ’68 a cercare di cambiare tutto, anche se poi molti cambiamenti furono peggiori di ciò che c’era prima.
Con i ragazzi mi trovavo sempre molto bene, specialmente ad Anzio dove c’erano figli di pescatori, di agricoltori, di piccoli impiegati, gente seria, sana, bene educata, tutto il contrario degli spocchiosi figli di papà del Manieri. Io cercavo di insegnare in modo diverso, modulato sui singoli allievi, tenendo conto della loro personalità. Ne ricordo uno che aveva un notevole talento umoristico. Ai temi gli mettevo un bel voto tutte le volte che mi faceva ridere.
Invece i miei rapporti con i colleghi e i presidi erano meno buoni, perché avevo un’idea romantica dell’insegnamento, grazie anche agli ottimi insegnanti che ho avuto io, e vivevo con fastidio le piccole mentalità burocratiche di persone che facevano quel lavoro come ne avrebbero potuto fare qualsiasi altro.
Inoltre concorsi e graduatorie erano fatti in modo da privilegiare figli di vedove di guerra, improbabili diplomi di scuole coloniali, menomazioni fisiche, invece del valore culturale e della capacità formativa. All’epoca avevo già pubblicato il libro “Arte nel Mezzogiorno”, avevo diretto il jazz club di Roma, ero redattore di riviste jazzistiche e autore di programmi radiofonici, facevo conferenze e organizzavo concerti, ma tutto questo nelle graduatorie ministeriali non dava nessun punteggio.
Altra cosa che non condividevo, e non condivido tuttora, era il basso livello di retribuzione dell’insegnante, che ne faceva un cittadino di serie B invece che di una classe dirigente, capace di formare i cittadini di domani. Tanto che appena la casa editrice mi offrì uno stipendio doppio, lasciai subito la scuola, per riprendere l’amato insegnamento solo parecchi anni dopo, con l’Istituto Europeo di Design. Sono convinto che basterebbe triplicare le retribuzioni per attirare fra gli insegnanti talenti migliori, adeguati a formare i giovani di domani.

 

Vissi d'arte, vissi d'amore

Jazz con Gianfranca, l'amore della mia vita.

Sempre nel 1960, Amedeo Tommasi aveva un trio molto bello con il giovanissimo Giovanni Tommaso al basso e Franco Mondini alla batteria. Con Cicci alla tromba ed Enzo Scoppa al sax tenore gli feci incidere “Zamboni 22”, dall’indirizzo di Bologna dove Amedeo viveva, un disco allora molto avanzato con tutte composizioni di Amedeo. La copertina del disco fu anche la mia prima prova di progettazione grafica.
Nel 1961 conosco Gianfranca Montedoro, con cui mi sposerò tre anni più tardi. Fin da ragazzo, la mia donna ideale doveva essere una cantante, tanto che provai a far cantare qualche ragazza con cui uscivo, fino all’incontro con Gianfranca, nella quale vidi subito una vera cantante.
Cicci ed io, colpiti dal suo grande talento musicale, dopo averle impartito un breve tirocinio la portiamo al Festival di Saint Vincent con una singolare formazione del Quartetto di Lucca più Santucci-Scoppa. Il gruppo lucchese di cui facevano parte Vito e Giovanni Tommaso e Antonello Vannucchi, era stato la rivelazione di quegli anni, perché erano tutti bravissimi, specialmente Giovanni, che aveva esordito nel 1957 a soli 16 anni!

gianfranca Montedoro al festival di st vincent
Gianfranca Montedoro esordisce al Festival del Jazz di Saint Vincent col gruppo Santucci-Scoppa nel 1961.

Nel 1963 Gianfranca decide di cantare professionalmente, oltre il recinto del jazz. Prende lezioni e partecipa al Festival di Castrocaro, nell’edizione da cui uscì Gigliola Cinquetti, e a Gran Premio, la trasmissione del sabato sera abbinata alla Lotteria di Capodanno da cui uscì Iva Zanicchi. Quando l’hanno vista in tv, finalmente i suoi genitori hanno accettato che cantasse!
Successivamente lavora con i “Cantori Moderni” di Alessandroni, un famoso ottetto vocale con cui fa trasmissioni tv e musica per film.

Davis e Coltrane, i musicisti e la critica.

Miles Davis era stato a Milano nel 1960 con il quintetto di cui facevano parte John Coltrane, Wynton Kelly, Paul Chambers e Jmmy Cobb. I critici di Musica Jazz e delle principali testate giornalistiche furono d’accordo nel recensire in modo negativo quel concerto. Poiché però i dischi che ci arrivavano erano strepitosi, non potevamo capacitarsi di come fosse possibile che il quintetto non avesse suonato bene. Per cui decidemmo di ascoltare di persona i prossimi concerti. E così facemmo nel 1962
ascoltando le performance pomeridiana e serale di Coltrane, dove provammo un’emozione tale che subito dopo il primo concerto non riuscivamo neanche a mangiare un boccone. E ancora nel 1964 col nuovo quintetto di Davis, che suonò con energia straordinaria rivelando il talento del giovanissimo batterista Tony Williams.
Fu la conferma di quanto avevo imparato con Pallottino, che cioè non ci si deve fidare di ciò che dicono gli altri, ma si deve verificare in proprio. Inoltre i critici in voga erano giornalisti, studiosi, letterati, che osservavano i musicisti con un certo distacco. Io invece vivevo con i musicisti che erano mio fratello, mia moglie e gli amici che ci frequentavano, e quindi avevo un orecchio diverso, che andava dentro i giri armonici modali e i “lenzuoli di suono” dei nostri beniamini.

Gato Barbieri a Roma.

Ancora nel 1963 arrivò a Roma Gato Barbieri. A via Margutta aveva lo studio Metka, una giovane artista jugoslava, e vi teneva riunioni periodiche con artisti, musicisti, scrittori, cineasti. Spesso andavamo insieme con gli amici jazzisti, che suonavano fino a notte alta in torride jam session. Una sera arriva un gruppo di argentini insieme col regista Gianni Amico, jazzofilo e cultore del cinema sudamericano. D’Andrea, Tommaso e compagni hanno già riscaldato l’ambiente, quando si alza un giovane magrolino, con occhialetti e completo grigio da impiegato, tira fuori un vecchio sax tenore Selmer tenuto su con pezzi di nastro adesivo, e si appresta a suonare con nostra grande perplessità, perché a volte capita che nelle jam session si metta a suonare qualche velleitario che rovina tutta l’atmosfera. Il tipo imbocca il sax e fa una nota, una sola, grande, potente, rotonda. Noi drizziamo le antenne, perché sentiamo subito che si tratta di qualcosa di speciale. Gato comincia a suonare, e ci travolge tutti con il suo stile coltraniano intriso di umori latini. Viene subito cooptato, e con tutto il suo clan praticamente vive con noi.

umberto e cicci santucci con gato barbieri nel 1964
Da sinistra io, Cicci e Gato prendiamo il sole a Ostia. La nostra aria seria fa pensare che stessimo parlando di musica...

Nel 1964 Gianni Amico gli fa fare la musica del film “Prima della rivoluzione” di Bernardo Bertolucci.
Si mette su un gruppo con Franco d’Andrea, Gianni Foccià, poi sostituito da Giovanni Tommaso, Enrico Rava, Gegé Munari. Gianfranca è la vocalist del gruppo, che suona tutte le sere al “Purgatorio”, un locale che sta a Trastevere, sotto al ristorante “Meo Patacca”. Sono serate indimenticabili, anche se per me molto dure perché insegno ad Anzio dove vado tutte le mattine dopo poche ore di sonno.

Gianfranca Montedoro al Purgatorio nel 1964
Gianfranca Montedoro canta con il gruppo di Gato Barbieri al Purgatorio di Roma nel 1964.

Uno dei frequentatori del locale era Fabio de Santis, un architetto e scultore postsurrealista che faceva collezione di film, fra cui “Jazz in a summer day” di Bert Stern, “Jammin’ the blues” di Join Milj, i cartoon di Norman mc Laren. Più volte me li prestò per le conferenze che facevo nei club di jazz, anche se ogni volta bisognava noleggiare un proiettore cine da 16 mm.

I movimentati primi anni di matrimonio.

A giugno del 1964 mi sposo con Gianfranca. E’ l’inizio di un lunghissimo viaggio che dura ancora, dopo aver festeggiato i 60 anni delle nozze di diamante. Cicci come dono di nozze chiama a suonare l’organo Flavio Benedetti Michelangeli. Quando venne a provare l’organo della chiesa mi domandç che cosa desideravo che suonasse. Io gli dissi: “quello che vuole!”, e così suonò per tutta la cerimonia un bellissimo programma, con musiche di Back e Cesar Franck.
Fra interessi artistici e musicali facevamo una vita piuttosto movimentata, sia fuori di casa, per concerti, locali, inviti, sia in casa, dove spesso ci riunivamo per ascoltare dischi, suonare, giocare con gli slot car che allora andavano di moda, ed io mi ero costruito una bella pista che vide accanite gare fra musicisti e amici, con tanto di regolamento stilato dal mio avvocato.
Una sera decidemmo di non fare nulla, per riposarci fra un impegno e l’altro, e ci eravamo messi già in pigiama, quando arrivò una telefonata.
• Che fate stasera?
• Restiamo a casa.
• Ah, con chi?
• Con mia moglie.
• Come sarebbe a dire? E gli attori?
• Quali attori? Scusi, ma lei chi è?
• Io non sono tenuto a dirglielo. Lei piuttosto mi dica chi è.
• E’ lei che mi ha telefonato, e che deve dirmi che cosa vuole.
• Gliel’ho detto. Voglio sapere che fate stasera!
• Scusi, ma che gliene importa?
• Ma questo non è il cinema Holiday?
• Ma no, è una casa privata!
Scoprimmo così che il nostro numero di telefono, tranne che per una cifra, era uguale a quello del cinema. Più volte ci arrivarono telefonate di persone che volevano sapere la programmazione…
Gianfranca canta con il gruppo di Nunzio Rotondo, che per noi è sempre stato un mito. Io scrivo per lui una serie di trasmissioni radio con una mia idea originale.

La Pop Art dalla Biennale di Venezia al Piper Club.

Nell’estate del ’64 con Gianfranca vado a vedere la Biennale di Venezia, per avere un’idea delle più importanti tendenze artistiche del momento. E’ un’esperienza travolgente, perché nel padiglione USA impattiamo con la Pop Art di Robert Rauschenberg, Jasper Johns, Jim Dine e Claes Oldenburg, che reintroducono nella pittura una figurazione di nuovo tipo, quella dei mass media, e nuove tecniche mutuate sempre dai pittori dei cartelloni di Manhattan, come serigrafia, aerografo, acrilici.
Sempre nel 1964 si apre a Roma il Piper Club, un’invenzione di Alberico Crocetta, personaggio molto creativo e poliedrico che già lavora in pieno nella comunicazione, come collaboratore dello studio di relazioni pubbliche di Renzo Gallo. Crocetta si ispira al Cavern di Liverpool, dove stanno muovendo i primi passi i Beatles, e viene colpito dai giovani come nuovi consumatori, per cui pensa di fare un locale tutto per loro, completamente diverso dai night club per signori maturi e danarosi con musica da piano bar. Prende un grande garage, chiama Claudio Cintoli che gli fa un grande pannello murale con una composizione pop art, “Il sogno di Ursula”, purtroppo smantellata nei rifacimenti del locale, e parte con gruppi inglesi e volume potente. E’ un successo travolgente, che lascia perplessi noi jazzisti. Io comincio a capire che sta nascendo qualcosa di nuovo, un altro tipo di musica che al tempo stesso è da ballo e da ascolto, che richiede abilità tecnica e grande energia. Noi frequentiamo il Piper, un po’ per seguire i lavori di Claudio, un po’ perché rappresentava una novità per la musica, il costume, i giovani nuovi rappresentati dalla “ragazza del Piper”, o Patty Pravo, come Crocetta aveva ribattezzato Nicoletta Strambelli con il suo geniaccio da comunicatore.

Ancora cinema e jazz.

Gianni Amico era un regista di qualche anno più grande di noi, e nel 1965 realizzò “Appunti per un film sul jazz” con Gato Barbieri, Enrico Rava, Don Cherry colti nell’ambiente del festival jazz di Bologna. Era una figura importante perché fondeva il suo interesse preminente per il cinema con quello per il jazz e la musica brasiliana, ed era quindi un elemento di forti stimoli sprovincializzanti.
Nel 1965 Gianfranca svolge una intensa attività. Canta con Gato, va in Spagna con Romano Mussolini, partecipa al Festival di Salerno con Jaime Delgado Aparicio, raffinato jazzista peruviano che dopo la parentesi italiana tornò a Lima e fece una buona carriera di musicista e dirigente discografico, fino alla sua morte prematura avvenuta nell’83.