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Una nuova professione 

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Umberto Santucci

 

Il problem setter

L'arte di porre problemi genera una nuova professione: il "problem setter". 

Sembra un po' il nome di un cane da caccia. E in effetti lo è.

Deve avere fiuto, capacità di scovare indizi e di seguire tracce.

Deve saper cogliere i segnali deboli. Saper vedere le cose che gli altri non vedono ancora.

Deve avere talento e tecnica. Coraggio e perseveranza.

Deve saper dire che il re è nudo. Saper dialogare con il top management da pari a pari. Far emergere un problema è scomodo, sgradevole, preoccupante. Ma ignorarlo è pericoloso.

Deve saper comunicare, saper "vendere" il problema. Per non fare la fine di Cassandra, che vedeva bene le situazioni critiche, le annunciava con forza, ma non veniva creduta!

Deve saper usare gli strumenti antichi, primo fra tutti il pensiero, poi la matita per tracciare le linee del progetto.

E gli strumenti moderni: i tool di project management, internet, i data base.

Deve avere immaginazione e creatività, ma al tempo stesso metodo.

Le competenze del problem setter

Le competenze cambiano in base alla posizione del problem setter: top manager, quadro, consulente free lance.

Vanno definite le competenze essenziali e quelle che portano all'eccellenza: sapere, saper essere, saper fare.

Lo strumento da applicare per definire queste competenze è la nostra farfalla, che trasforma un normale manager bruco in un problem setter con le ali spiegate.

Il problem setter è un knowledge manager. Dovrebbe conoscere e saper praticare tutto quello che è trattato in questo ipertesto, con particolare attenzione ai settori Metodologia e Tecnica.

Deve essere creativo per saper vedere i problemi, immaginarli, idearli. In tal senso deve sviluppare la sua intelligenza analogica per cogliere similitudini e differenze fra elementi apparentemente estranei.

Deve saper gestire un progetto, perchè il problem setting di per sé è un progetto, e comunque al setting in genere segue il solving, che a sua volta mette in moto un progetto. 

Deve sviluppare la sua intelligenza emotiva per saper trattare con il team di progetto. 

La figura professionale

Se il problem setter è interno all'azienda, sarà un dirigente di alto livello, perchè il problem setting è strategico.

Come dirigente non dovrà solo definire i problemi, ma avrà altri ruoli di direzione. Tuttavia il problem setting occuperà gran parte del suo tempo, tenendo conto della turbolenza dei nostri tempi.

Se il problem setter è un consulente esterno, potrà essere un libero professionista o farà parte di una società di consulenza.

Il problem setting sarà un servizio trasversale, coordinato con altri servizi di consulenza, dal check aziendale a problemi organizzativi, di personale, di qualità.

Il problem setter può essere generico o specifico. 

Il curriculum

E' riferito alle competenze.

Nel sapere troveremo gli studi fatti (scuole, università, master, corsi di aggiornamento) e le discipline conosciute.

Nel saper fare ci saranno le capacità organizzative, di indagine, di gestione dei gruppi, di gestione dei progetti, oltre alle conoscenze delle tecniche e dei software specifici.

Nel saper essere avremo capacità di leadership, di comunicazione, di negoziazione.

Le tecnologie

Il problem setter conosce e usa le nuove tecnologie.

Può fare interventi sul campo, oppure consulenza a distanza e on line. 

I tool per il problem setting si basano sulle suite di office automation come Office 2000, con cui si scrive, si fanno calcoli, si presenta un progetto, si gestiscono gli archivi di dati.

Il problem setter avrà dimestichezza con la posta elettronica e con il lavoro in rete (intranet, extranet, internet). Userà programmi client per il web come Internet Explorer o Netscape, con cui saprà fare ricerche usando motori e agenti di ricerca.

Saprà usare MS Project o simili, con cui sarà in grado di gestire i progetti.